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Zona 4, via Venosa: storia di un parcheggio mai costruito

Minimo 700 euro per garantirsi un posto auto tra i 600 previsti. E' questa la cifra versata da chi nel 2005 pensava di aver fiutato un affare: acquistare box in contruzione. Nel 2007 vengono annunciati ritardi e nel 2008 una delle due società fallisce. Ieri, al consiglio di zona 4, una delegazione di cittadini ha presentato le proprie ragioni unendosi in un comitato. Nel mirino delle critiche soprattutto il Comune

Nel 2005 il Comune di Milano indice una gara d’appalto per la costruzione di un parcheggio sotterraneo in via Venosa, con la speranza di riuscire a risolvere il problema della mancanza di posti auto per i residenti.

Le due società consociate, S.G.C. e CO.GE.PRE. si aggiudicano l’appalto e si impegnano con il Comune per la costruzione di 600 posti auto iniziando, una volta approvato il progetto, a promuovere e vendere i futuri box ai residenti. L’opportunità di avere un posto auto privato, unita alla convenienza di acquistare un immobile prima della sua costruzione e il fatto che l’affare fosse garantito dal Comune che aveva indetto il bando, spingono un alto numero di residenti a chiamare l’ufficio vendite delle consociate e, previo pagamento di una caparra a partire da 700 euro, prenotare il proprio box.

Nel 2007 iniziano i primi problemi, le società avvisano i futuri proprietari di alcune inconvenienti tecnici relativi alla costruzione dell’opera, troppo vicina alle abitazioni e abbastanza profonda da essere un pericolo per la loro stabilità; dato che tutto ciò avrebbe causato dei ritardi nella consegna, chi avesse voluto recedere dall’accordo avrebbe potuto farlo con una semplice raccomandata.

In molti, non volendo rischiare di perdere tempo e caparra decidono di rinunciare al box e chiedono la rescissione del contratto ma dalle aziende nessuna risposta e soprattutto nemmeno un centesimo.

La situazione si aggrava quando, nel 2008, gli investitori scoprono che una delle due società ha consegnato i registri in tribunale e ha dichiarato il fallimento, compromettendo così la realizzazione del progetto. Si avviano le procedure di liquidazione dei creditori ma tra questi non figurano i cittadini che avevano versato la caparra poiché, come verranno a sapere più tardi, gli assegni versati non facevano parte dei bilanci essendo stati in parte riscossi in contanti e in parte ceduti ad una terza società, la UNIFAN, della quale non si è mai saputo nulla di preciso.

A nulla sono valse le richieste al difensore civico e alle autorità politiche: non essendo creditori “ufficiali”, i cittadini non avrebbero potuto in nessun modo far valere i propri diritti ottenendo, quantomeno, la restituzione dei soldi investiti.

Solamente in via Venosa sono 63 le persone che hanno perduto il proprio denaro e, a quanto pare, la società fallita si era aggiudicata altri 3 appalti analoghi sparsi per la città. Ieri, al consiglio di zona 4, una delegazione di cittadini ha presentato le proprie ragioni unendosi in un comitato per tentare di far riconoscere i propri diritti.

In particolare, queste persone si stupiscono del fatto che fosse il Comune ad aver indetto il bando, garantendo in qualche modo il compimento dell’opera e quindi si aspettano che sia il Comune ad usare il necessario buonsenso e i mezzi di cui dispone per giungere ad una soluzione.

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